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Resident Evil 2 è una lezione su come fare un remake
Post by: Bertolina srl
16/08/2020 12:15

Il ritorno di un grande classico del survival horror che si dimostra ancora divertente e attuale, grazie a un bellissimo lavoro di aggiornamento che farà scuola

La saga di Resident Evil è senza dubbio una delle più longeve e famose della storia dei videogiochi. Pur non avendo inventato il genere survival horror, quell’onore spetta quasi certamente ad Alone in the Dark, è stata quella che ne ha maggiormente canonizzato gli stili, il ritmo e le meccaniche, creando una storia che tra colpi di scena, resurrezioni e diramazioni non ha niente da invidiare a una telenovela brasiliana, ma con molto più sangue.

Il primo capitolo gettò le basi in maniera eccellente, sfruttando un 3D che muoveva i primi passi importanti, utilizzando inquadrature dal taglio cinematografico e cercando di trasformare le limitazioni tecniche in suggestioni, ma è stato probabilmente il secondo capitolo quello che più di tutti è rimasto nel cuore degli spettatori, almeno fino all’arrivo del quarto.

Nel corso della sua storia, gli sviluppatori hanno tentato più volte di sperimentare e di superare i canoni di un genere che iniziava a non aver più molto da dire, nonostante l’horror in generale sia una narrazione che prende forza proprio dalla sua tradizione e dalla capacità che hanno le menti più geniali di giocare con determinati elementi fissi.

Resident Evil ha dunque due anime, quella più moderna e in cerca di nuove identità, legata al settimo capitolo che ha abbandonato la terza persona ed è tutt’ora una delle migliori espressioni di realtà virtuale applicata ai videogiochi e quella più nostalgica, che ricorda le glorie passate.

Questo remake del secondo capitolo nasce per assecondare questa seconda pulsione, ma anche per riportare alla luce un gioco che merita di essere fruito da chi non c’era e non ha certo voglia di recuperare un titolo con texture grossolane e meccaniche desuete. D’altronde il grande problema del 3D è che invecchia molto peggio del pixel.

E dunque Capcom cosa fa? Invece di tirare fuori la classica “remastered” con grafica leggermente ripulita e poco altro crea un titolo completamente nuovo basato sulle fondamenta del vecchio, un vero e proprio remake. Gli enigmi, le ambientazioni sono quasi tutte identiche, salvo piccole aggiunte e una breve sezione con Ada Wong che offre piccoli enigmi basato sui circuiti elettrici. Cambia però il ritmo, cambiano alcune scelte narrative e cambia soprattutto l’atmosfera, che adesso può sfruttare a pieno i moderni effetti di luce per farci ancora più paura. Lo si capisce la prima volta in cui ci troviamo soli, di fronte a un corridoio buio in cui possiamo solo scorgere un cadavere nell’angolo che potrebbe iniziare a muoversi improvvisamente.

Per fare un paragone con altri media, immaginate di girare da capo un grande classico del cinema, aggiornandone il linguaggio visivo, svecchiando alcuni passaggi. Il rischio è quello di macchiarsi di reato di lesa maestà, ma con i videogiochi tutto questo è più facile da accettare, purché si mantenga lo spirito originale e in questo caso l’operazione è senza dubbio riuscita.

Questo Resident Evil 2 mantiene intatto il fascino e la tensione dell’originale mescolando le carte, giocando continuamente con i ricordi di chi pensa di sapere cosa lo aspetta dietro l’angolo, sfrutta un sound design incredibile e graficamente offre momenti spettacolari, ricchi di dettagli granguignoleschi. Sotto questo punto di vista gli zombi e tutto il corredo di creature che cercheranno di ucciderci fanno ancora più paura, soprattutto il caro vecchio Tyrant, col suo lungo impermeabile da maniaco e l’impassibilità di una nemesi da teatro greco. A voler essere onesti il bilanciamento della difficoltà è un po’ bizzarro.

Da una parte sarebbe stato bello poter mantenere il salvataggio classico, ovvero quello che si basava sull’inchiosto della macchina da scrivere, anche nella modalità facile, in cui invece basta trovare semplicemente la suddetta. Dall’altra anche i nemici sembrano a volte fin troppo coriacei e in grado di assorbire un sacco di pallottole, per non parlare di zombi che si rialzano dopo vari colpi alla testa e la difficoltà che si adegua a quando sei morto l’ultima volta o alle tue risorse. Questo crea degli scompensi che a volte rendono il gioco fin troppo facile… o troppo difficile.

Restano intatti i due differenti percorsi dei protagonisti, gli enigmi barocchi e assurdi di una centrale di polizia ricavata da un museo, il bisogno di gestire in maniera intelligente l’inventario e usare le munizioni con parsimonia ma tutto ciò che oggi potrebbe essere considerato macchinoso, come le inquadrature fisse, è sparito, avvicinando il titolo al quarto bellissimo capitolo della saga. D’altronde di anni ne sono passati più di venti e nel frattempo è cambiata anche la consapevolezza di sviluppatori e pubblico.

Certo, da questo remake non possiamo aspettarci una reinvenzione della ruota, è un titolo dall’impostazione classica, pensato per chi ha giocato l’originale e chi cerca di capire come mai fosse così osannato ma rappresenta un favoloso messaggio su cosa si può fare con quella che poteva essere l’ennesima operazione nostalgia senza alcuno sforzo di miglioramento.

Certo, fa un po’ strano che uno dei migliori giochi dell’anno sia qualcosa uscito la prima volta nel 1998.


Fonte: WIRED.it
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