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Giornalisti, riportare le bugie dei politici non fa che rafforzarle
Post by: Bertolina srl
21/09/2020 12:15

Nell’epoca della post-verità vengono diffuse bugie e fake-news che appaiono indistinguibili dalle informazioni veritiere. Smentirle potrebbe non bastare al nostro cervello per "liberarsene"

Dan Gillmor, giornalista e studioso dei media, ha pubblicato su Medium un accorato appello dall’eloquente titolo “Cari giornalisti, finitela di essere casse di risonanza dei bugiardi”.
Gillmor, in una lettera aperta ai suoi colleghi statunitensi, riferendosi ai resoconti e reports sulle affermazioni del presidente Trump, entra a gamba tesa in un’antica questione deontologica: quanto un giornalista, nel riportare talune dichiarazioni è strumento di chi le emana e dove termina il dovere di cronaca per lasciare il posto alla “moderazione” o censura del discorso?
[…] Il vostro compito non è quello di “riportare” acriticamente – vale a dire, fare stenografia e chiamarlo giornalismo – quando le persone che stai raccontando stanno ingannando il pubblico. Il vostro compito è, in parte, di aiutare il pubblico a essere informato su ciò che le persone e le istituzioni del potere stanno facendo con i nostri soldi ed in nome nostro […]” afferma Gillmor.

Secondo Gillmor, se anche dopo aver riportato una menzogna essa viene smentita da un fact-cecking o da un’analisi giornalistica, questo non basta e non sarebbe sufficiente neanche se le smentite e le analisi fossero fatte in tempo reale, perché, come i ricercatori hanno dimostrato, ogni ripetizione di una “bugia” non fa altro che rafforzarla nella coscienza (o meglio nell’inconscio) del lettore.
L’invito di Gillmor è a non riportare più le notizie considerate false, in qualche modo a “censurare” (omettere) tali informazioni per evitare di diventare uno strumento di diffusione. Ma a cosa si riferisce quando parla del rafforzamento delle bugie ripetute?

L’ecosistema mediatico ed informativo in cui viviamo potrebbe essere immaginato come un liquido denso e appiccicaticcio nel quale, completamente immersi, galleggiamo, tentiamo di muoverci, agitandoci parecchio, convinti di poter nuotare in questa melma, grazie al dono della ragione, alla nostra capacità di interpretare e catalogare le informazioni. Grazie alla razionalità.
Questo, secondo molti scienziati, linguisti, psicologi sociali, cognitivisti, non è assolutamente vero.
Crediamo di poter definire complessi sistemi sulla base di ragionamenti, deduzioni, analisi ma, in realtà, la nostra capacità di comprensione del mondo esterno e, perché no della politica e dei media che la descrivono è, alla base, condizionata dal sistema neurobiologico e psicologico che costituisce la nostra mente. Se non riusciamo a comprendere alcune di queste dinamiche, non controllabili e non razionali, non riusciremo a capire ciò che nel mondo accade.

Già nel 1999, George Lakoff e Mark Johnson parlavano di “mente incarnata” ovverosia del fatto che la nostra mente non è un computer perfetto guidato dalla ragione, bensì un sistema complesso il cui funzionamento è regolato da meccanismi neurologici, psicologici e biologici.
Ad esempio quello della categorizzazione: la creazione di categorie e schemi è una semplificazione tecnica adottata dal nostro cervello per velocizzare la trasmissione delle informazioni. Quando queste vengono riconosciute simili ad una precedente, prendono una corsia di accelerazione, venendo catalogate come le precedenti.

Quando un concetto viene ripetuto (dai media) innumerevoli volte, non viene più analizzato, decifrato e interpretato: esso viene inserito (categorizzato) nello stesso contenitore del “vero” se la prima informazione era stata catalogata come tale.
Inoltre, come riporta Walter Quattrociocchi, autore di Misinformation. Guida alla società dell’informazione e della credulità (Franco Angeli, 2016), la nostra mente è affetta da una ulteriore distorsione cognitiva, il Bias di conferma che “consiste nel ricercare, selezionare e interpretare informazioni che confermano le proprie convinzioni o ipotesi“. Meccanismo che, come afferma il ricercatore Fabio Milazzo, “se da una parte rinforza la percezione identitaria dell’individuo, dall’altra mina ogni illusoria aspettativa sulle possibilità dell’intelligenza collettiva“.

E, per tornare ai giornalisti, proprio il linguista George Lakoff, qualche giorno fa sul The Guardian, ha affermato: “Trump sa che la stampa ha il forte istinto di ripetere le sue affermazioni più oltraggiose, e questo gli consente di mettere la stampa al lavoro come fosse un’agenzia di marketing per le sue idee. Le sue menzogne raggiungono milioni di persone attraverso la ripetizione costante della stampa e dei social media. Questo pone una minaccia esistenziale alla democrazia. Il linguaggio funziona attivando strutture cerebrali chiamate “frame-circuit” utilizzati per comprendere l’esperienza. Diventano più forti quando ascoltiamo le parole che li attivano. Basta una sola ripetizione per renderli permanenti, cambiando il modo in cui vediamo il mondo“.

E i cittadini? Come informarsi correttamente? Anche il famoso “fact-checking”, ovvero la verifica analitica dei fatti sembra affetto da tara ereditaria e ricadere nel terreno franoso delle neuroscienze e del bias di conferma.
Ma anche la semplice evidenza di un dato contrario, può essere respinta al mittente in base a meccanismi non razionali: ricordiamo la ormai nota questione della folla presente al discorso di insediamento di Trump a confronto di quella presente al discorso di inaugurale di Obama: il pubblico presente all’insediamento di Trump ha creduto, come affermato dallo stesso presidente e dal suo entourage, che quella fosse la folla più grande mai intervenuta ad un discorso inaugurale mentre l’evidenza eclatante del materiale fotografico e video confrontati, dimostravano il contrario (vedi foto sotto).

In conclusione, per chi vuole correttamente informarsi, potremmo dire che non esiste una ricetta giusta o univoca se non quella, da un lato, di acquisire conoscenza dei propri limiti e dei meccanismi che governano le proprie scelte e dall’altro di riuscire a contestualizzare tutti gli elementi che compongono l’informazione (es.: chi, come, quando, dove e perché), partendo dal filosofico concetto agostiniano del dubbio.


Fonte: WIRED.it
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